La spettrometria di emissione al plasma consente di determinare elementi presenti in un campione attraverso la luce emessa nelle condizioni create dallo strumento. Le sigle ICP-AES e ICP-OES indicano questa famiglia di tecniche, utilizzata anche nelle analisi ambientali.
Dal campione al segnale luminoso
Il metodo EPA 200.7 descrive l’impiego del plasma accoppiato induttivamente per misurare metalli ed elementi in tracce. Il campione viene preparato e introdotto nel sistema; le emissioni vengono osservate a lunghezze d’onda associate agli elementi di interesse.
Lo strumento non “vede” direttamente una concentrazione scritta nel campione. Misura segnali che devono essere confrontati con riferimenti e interpretati attraverso un procedimento analitico definito.
Perché servono i controlli
Calibrazione, bianchi e verifica delle interferenze permettono di distinguere il contributo dell’analita da quello di contaminazioni o altri componenti. La revisione del metodo pubblicata dall’EPA specifica procedure e criteri di qualità: il nome della tecnologia, da solo, non certifica qualsiasi misura.
Due risultati possono differire perché i campioni hanno subito trattamenti diversi. Anche un prelievo non rappresentativo può compromettere una misura tecnicamente accurata.
Come interpretare un referto
Un dato utile dovrebbe essere accompagnato da unità di misura, identificazione del campione e metodo. Occorre inoltre capire se si tratti di una concentrazione quantificata oppure di un valore inferiore al limite dichiarato dal laboratorio.
La misura di un elemento non identifica automaticamente tutte le sue forme chimiche e non esprime, da sola, un giudizio sulla sicurezza del materiale. Quel giudizio richiede un contesto e criteri pertinenti.
Per distinguere questa tecnica dalla spettrometria di massa con plasma, che analizza gli ioni anziché la luce emessa, si può consultare il nostro confronto tra ICP-OES e ICP-MS.