Un prelievo di sangue può contribuire al percorso diagnostico dell’Alzheimer, ma non sostituisce da solo la valutazione della persona. I progressi sui biomarcatori rendono alcuni esami meno invasivi; la loro utilità dipende però dal test utilizzato e dal contesto clinico.
Un passaggio concreto nel 2025
Il 16 maggio 2025 la FDA ha autorizzato negli Stati Uniti la commercializzazione del primo dispositivo diagnostico su sangue destinato ad aiutare la diagnosi della malattia. Il test Lumipulse misura il rapporto tra pTau217 e beta-amiloide 1-42 nel plasma.
L’indicazione descritta riguarda adulti di almeno 55 anni che presentano segni e sintomi compatibili. Il risultato è correlato alla presenza di patologia amiloide e può contribuire a ridurre il ricorso ad altri accertamenti, secondo la valutazione clinica.
La stessa autorità precisa che questo esame non è destinato allo screening della popolazione né all’uso come diagnosi autonoma. L’autorizzazione statunitense, inoltre, non descrive automaticamente disponibilità e rimborsabilità nel sistema sanitario italiano.
Non tutti i test del sangue sono intercambiabili
Le linee guida dell’Alzheimer’s Association del 2025 affrontano l’impiego dei biomarcatori ematici nelle strutture specialistiche per persone con deterioramento cognitivo. Distinguono tra esami utili a orientare gli approfondimenti ed esami con prestazioni sufficienti a sostituire, in condizioni definite, alcune indagini sui biomarcatori.
La distinzione dipende da sensibilità e specificità documentate. La semplice presenza della parola “Alzheimer” nel nome commerciale non permette di attribuire a ogni prodotto la stessa affidabilità. Occorre sapere quale metodo sia stato validato, in quale popolazione e per quale scopo.
Il risultato va inserito nella storia clinica
Un biomarcatore risponde a una domanda biologica; la visita deve anche ricostruire sintomi, andamento nel tempo e possibili spiegazioni alternative. Un risultato isolato non descrive tutte le cause di un disturbo di memoria né determina da solo una terapia.
Per chi osserva difficoltà persistenti nella vita quotidiana, il primo passo resta un confronto con il medico e, quando indicato, con un centro per i disturbi cognitivi. Il valore dei nuovi esami è rendere quel percorso più mirato, non trasformare una diagnosi complessa in un’autovalutazione tramite prelievo.