CASA, VERDE E ISPIRAZIONI18 Ottobre 2026

Idee da vivere. Ogni giorno.

Batteri “mangia uranio”: che cosa fanno davvero nel biorisanamento

L’espressione batteri “mangia uranio” rende memorabile una ricerca, ma può suggerire un risultato inesatto. Alcuni microrganismi partecipano a trasformazioni chimiche che rendono l’uranio meno mobile nell’ambiente. Non cancellano l’elemento e non ne annullano la radioattività.

Trasformare non significa distruggere

Il Dipartimento dell’Energia statunitense descrive studi su batteri del genere Geobacter capaci di trasformare una forma di uranio facilmente solubile in una meno solubile. Questo può favorirne l’immobilizzazione e contribuire alle strategie di biorisanamento.

La distinzione è fondamentale: ridurre la presenza disciolta nell’acqua non equivale a far sparire il contaminante dal sito. Occorre conoscere dove si trovi dopo il trattamento e in quale forma.

Un ecosistema sotterraneo complesso

Il progetto ENIGMA del Berkeley Lab studia comunità microbiche in ambienti sotterranei contaminati, dove possono convivere uranio, nitrati, acidità e altri fattori. Il comportamento di un microrganismo dipende anche da questo contesto.

Perciò una capacità osservata in una coltura non basta a prevedere il risultato in una falda. Flussi d’acqua, minerali e condizioni chimiche possono modificare l’esito del processo.

La stabilità nel tempo è parte della prova

I programmi di ricerca sul biorisanamento del Berkeley Lab includono esplicitamente lo studio della riossidazione e della stabilità delle forme immobilizzate. È una domanda essenziale: un risultato utile deve essere valutato anche dopo il cambiamento delle condizioni ambientali.

Il successo richiede quindi monitoraggio e confronto con obiettivi di bonifica definiti. Non basta mostrare che i batteri sono presenti o che un parametro diminuisce temporaneamente.

La microbiologia offre strumenti interessanti per gestire alcuni contaminanti, ma all’interno di un progetto ambientale controllato. Il soprannome “mangia uranio” può introdurre il tema; la descrizione scientifica deve poi chiarire trasformazione, immobilizzazione e limiti dell’intervento.